In varia misura a seconda dell’epoca e dei luoghi, le culture femministe hanno avversato più forme di discriminazione, oltre a quelle basate sul genere. In tal senso, da un paio di decenni, nell’ambito dei Gender Studies ha assunto rilevanza l’approccio intersezionale. Esso considera l’intreccio di discriminazioni multiple − che si sommano a quelle di genere − legate all’orientamento sessuale, all’etnia, all’età, alla classe sociale . Però questo percorso di inclusione delle “differenze” è stato accidentato, come testimoniato, ad esempio, dalle critiche mosse dal black feminism al femminismo “bianco”, e recentemente dal dibattito, che ha anche assunto toni conflittuali, tra certi filoni femministi e le culture della comunità lgbtq. Questi contrasti hanno preso l’avvio dalla proposizione del ddl Zan, percepito da alcuni gruppi femministi come una minaccia alla specificità del genere femminile, che sia di origine biologica (la capacità riproduttiva innanzitutto) o culturale. Tuttavia furono proprio i movimenti delle donne a mettere in luce che i ruoli maschili e femminili vengono costruiti fin dalla prima infanzia. Già nel 1949 ne Il secondo sesso Simone de Beauvoir dichiarava “Donna non si nasce, lo si diventa”. In quel periodo iniziò a diffondersi la “teoria della socializzazione di genere” (Gayle Rubin 1975; Giddens 1989): le differenze tra donne e uomini non sono naturali ma hanno origine culturale. Punti di vista radicali sostengono che anche il sesso è una costruzione sociale (Margaret Mead 1949; Berger e Luckmann 1966). Tra i filoni femministi contrari a certi aspetti della cultura lgbtq (ad esempio la “fluidità del genere”, la GPA ̶ gestazione per altri, la scelta della prostituzione, denominata sex-work, come affermazione di autodeterminazione), vi sono quello cosiddetto della differenza (Irigaray 1994) tacciato di recente di essere trans-escludente e altri come quello denominato femonazionalista , ma esistono anche posizioni non riconducibili a etichette. Si ritiene interessante e utile mettere a confronto le culture femministe e quelle della comunità lgbtq per individuare e riflettere sugli aspetti che hanno originato la contrapposizione sopra menzionata, e sulle possibilità di valorizzare i punti di convergenza (ad esempio il contrasto al patriarcato e l’indivisibilità dei diritti) mediante un approccio intersezionale. Preliminarmente si forniscono brevi cenni sulla storia del femminismo e su quella della comunità lgbtq in Italia. Ci si propone poi di ripercorrere il dibattito innescato dalla proposta del parlamentare Zan mediante l’analisi qualitativa di documenti che lo hanno ospitato: fonti digitalizzate (quotidiani e riviste online) e fonti digitali (siti, blog). Seguiranno poi le voci di esponenti delle culture considerate: i punti critici individuati saranno sottoposti alla loro riflessione mediante interviste non direttive.
Culture femministe e culture lgbtq. punti di convergenza e di contrasto / Fobert Veutro, Maria; Gangitano, ROBERTA MARIA. - (2023). ( Genere, differenze e cambiamento sociale. Educazione, formazione e comunicazione nella società digitale Turin; Italy ).
Culture femministe e culture lgbtq. punti di convergenza e di contrasto
Roberta Maria Gangitano
2023
Abstract
In varia misura a seconda dell’epoca e dei luoghi, le culture femministe hanno avversato più forme di discriminazione, oltre a quelle basate sul genere. In tal senso, da un paio di decenni, nell’ambito dei Gender Studies ha assunto rilevanza l’approccio intersezionale. Esso considera l’intreccio di discriminazioni multiple − che si sommano a quelle di genere − legate all’orientamento sessuale, all’etnia, all’età, alla classe sociale . Però questo percorso di inclusione delle “differenze” è stato accidentato, come testimoniato, ad esempio, dalle critiche mosse dal black feminism al femminismo “bianco”, e recentemente dal dibattito, che ha anche assunto toni conflittuali, tra certi filoni femministi e le culture della comunità lgbtq. Questi contrasti hanno preso l’avvio dalla proposizione del ddl Zan, percepito da alcuni gruppi femministi come una minaccia alla specificità del genere femminile, che sia di origine biologica (la capacità riproduttiva innanzitutto) o culturale. Tuttavia furono proprio i movimenti delle donne a mettere in luce che i ruoli maschili e femminili vengono costruiti fin dalla prima infanzia. Già nel 1949 ne Il secondo sesso Simone de Beauvoir dichiarava “Donna non si nasce, lo si diventa”. In quel periodo iniziò a diffondersi la “teoria della socializzazione di genere” (Gayle Rubin 1975; Giddens 1989): le differenze tra donne e uomini non sono naturali ma hanno origine culturale. Punti di vista radicali sostengono che anche il sesso è una costruzione sociale (Margaret Mead 1949; Berger e Luckmann 1966). Tra i filoni femministi contrari a certi aspetti della cultura lgbtq (ad esempio la “fluidità del genere”, la GPA ̶ gestazione per altri, la scelta della prostituzione, denominata sex-work, come affermazione di autodeterminazione), vi sono quello cosiddetto della differenza (Irigaray 1994) tacciato di recente di essere trans-escludente e altri come quello denominato femonazionalista , ma esistono anche posizioni non riconducibili a etichette. Si ritiene interessante e utile mettere a confronto le culture femministe e quelle della comunità lgbtq per individuare e riflettere sugli aspetti che hanno originato la contrapposizione sopra menzionata, e sulle possibilità di valorizzare i punti di convergenza (ad esempio il contrasto al patriarcato e l’indivisibilità dei diritti) mediante un approccio intersezionale. Preliminarmente si forniscono brevi cenni sulla storia del femminismo e su quella della comunità lgbtq in Italia. Ci si propone poi di ripercorrere il dibattito innescato dalla proposta del parlamentare Zan mediante l’analisi qualitativa di documenti che lo hanno ospitato: fonti digitalizzate (quotidiani e riviste online) e fonti digitali (siti, blog). Seguiranno poi le voci di esponenti delle culture considerate: i punti critici individuati saranno sottoposti alla loro riflessione mediante interviste non direttive.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


