“Spontaneità” è un termine chiave per la riflessione estetica. Solo ricorrendo al concetto di spontaneità (e al suo rapporto con la sfera di ciò che è controllabile), infatti, è possibile cogliere il carattere peculiare dell’esperienza estetica e il suo legame con le pratiche artistiche. La sua centralità, d’altronde, emerge già a partire dalla Critica della facoltà di giudizio, il testo da cui prende avvio e che, in un certo senso, “fonda” la riflessione estetica moderna (pur senza ritagliare o definire alcun ambito disciplinare specifico per essa). Nell’Analitica del Bello, come è noto, Kant identifica il primo requisito formale di un giudizio di gusto – che riguarda la sua condizione di possibilità, il suo “principio di determinazione”, e non certo i giudizi effettivi – nel legame con un particolare tipo di piacere, differente dal soddisfacimento del piacevole e da quello del buono. A differenza di questi, determinati entrambi dal soddisfacimento di un interesse per l’oggetto (sia esso di natura fisiologica, utilitaristica o morale, legato ai sensi o alla volontà) il piacere del bello non è fondato su un coinvolgimento pratico e su un concetto determinato (e cioè su uno scopo): è un piacere che non implica alcun interesse per l’oggetto, un piacere libero e disinteressato. Questa libertà, tuttavia, non coincide con la libertà dell’arbitrio individuale o con la libertà morale – una libertà di scegliere qualcosa – ma è piuttosto una libertà da scopi determinati, bisogni, intenzioni o inclinazioni, una libertà che accade. È, insomma, una libertà che non è a nostra disposizione, una libertà intesa, appunto, come spontaneità. Ed è proprio all’interno di questa dimensione che si apre la possibilità di un’esperienza estetica, intesa non come qualcosa di aggiuntivo rispetto alle altre esperienze possibili, ma come un’anticipazione della possibilità stessa di ogni nostra esperienza – dell’’“esperienza in genere” nella sua totalità indeterminata. Quel piacere libero e disinteressato è legato infatti a un favore, e cioè all’incontro con qualcosa di contingente – una rappresentazione, un oggetto, uno scenario o un evento – che si presenta come favorevole all’uso delle nostre facoltà (come conforme o “finale” nei confronti del “libero gioco” di immaginazione e intelletto), pur essendo irriducibile a regole e concetti determinati. In questo favore – che noi interpretiamo come tale, come se un oggetto o un fenomeno naturale ce lo accordasse effettivamente – è contenuta un’anticipazione di senso, e cioè una “promessa” che è, al tempo stesso, un’esigenza: la promessa (e l’esigenza) di poter agire all’interno di un mondo che non si presenta ostile, insensato e incontrollabile, e che viene incontro alle nostre facoltà e capacità
Il diritto alla spontaneità. Pratiche artistiche e critica della vita urbana / D'Ammando, Andrea. - (2023), pp. 87-101. - QUODLIBET STUDIO. CITTÀ E PAESAGGIO. SAGGI.
Il diritto alla spontaneità. Pratiche artistiche e critica della vita urbana
Andrea D'Ammando
2023
Abstract
“Spontaneità” è un termine chiave per la riflessione estetica. Solo ricorrendo al concetto di spontaneità (e al suo rapporto con la sfera di ciò che è controllabile), infatti, è possibile cogliere il carattere peculiare dell’esperienza estetica e il suo legame con le pratiche artistiche. La sua centralità, d’altronde, emerge già a partire dalla Critica della facoltà di giudizio, il testo da cui prende avvio e che, in un certo senso, “fonda” la riflessione estetica moderna (pur senza ritagliare o definire alcun ambito disciplinare specifico per essa). Nell’Analitica del Bello, come è noto, Kant identifica il primo requisito formale di un giudizio di gusto – che riguarda la sua condizione di possibilità, il suo “principio di determinazione”, e non certo i giudizi effettivi – nel legame con un particolare tipo di piacere, differente dal soddisfacimento del piacevole e da quello del buono. A differenza di questi, determinati entrambi dal soddisfacimento di un interesse per l’oggetto (sia esso di natura fisiologica, utilitaristica o morale, legato ai sensi o alla volontà) il piacere del bello non è fondato su un coinvolgimento pratico e su un concetto determinato (e cioè su uno scopo): è un piacere che non implica alcun interesse per l’oggetto, un piacere libero e disinteressato. Questa libertà, tuttavia, non coincide con la libertà dell’arbitrio individuale o con la libertà morale – una libertà di scegliere qualcosa – ma è piuttosto una libertà da scopi determinati, bisogni, intenzioni o inclinazioni, una libertà che accade. È, insomma, una libertà che non è a nostra disposizione, una libertà intesa, appunto, come spontaneità. Ed è proprio all’interno di questa dimensione che si apre la possibilità di un’esperienza estetica, intesa non come qualcosa di aggiuntivo rispetto alle altre esperienze possibili, ma come un’anticipazione della possibilità stessa di ogni nostra esperienza – dell’’“esperienza in genere” nella sua totalità indeterminata. Quel piacere libero e disinteressato è legato infatti a un favore, e cioè all’incontro con qualcosa di contingente – una rappresentazione, un oggetto, uno scenario o un evento – che si presenta come favorevole all’uso delle nostre facoltà (come conforme o “finale” nei confronti del “libero gioco” di immaginazione e intelletto), pur essendo irriducibile a regole e concetti determinati. In questo favore – che noi interpretiamo come tale, come se un oggetto o un fenomeno naturale ce lo accordasse effettivamente – è contenuta un’anticipazione di senso, e cioè una “promessa” che è, al tempo stesso, un’esigenza: la promessa (e l’esigenza) di poter agire all’interno di un mondo che non si presenta ostile, insensato e incontrollabile, e che viene incontro alle nostre facoltà e capacitàI documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


