L’idea di un Carl Schmitt tutt’altro che soddisfatto del paradigma noto come «decisionismo eccezionalista» si è imposta negli ultimi anni come una linea interpretativa che libera il giurista di Plettenberg da un’eredità sostenibile solo in parte: quella dell’eccezione, della politica senza fondamento, del politico come principio ingiustificato e ingiustificabile. In questa chiave «revisionista», La dittatura (1921), ma soprattutto Teologia politica (1922), vanno intese come fasi di passaggio, certo rilevanti, ma che presentano problemi più intricati di quelli che si prefiggono di risolvere. Schmitt se ne avvede già alla fine degli anni Venti e tenta di riformulare le proprie tesi in modo da superare tutti i problemi che Teologia politica lasciava insoluti. Il presente saggio prende in esame uno di questi problemi in particolare, vale a dire la concezione riduttiva e deliberatamente riduzionista delle pratiche sociali dello Schmitt «eccezionalista». In Teologia politica, infatti, la normalità si inserisce in un processo di ontogenesi che fa della decisione l’atto primigenio e giusgenerativo, istitutore di quell’ordinamento giuridico che assicura, e al contempo presuppone, una «situazione media omogenea», entro cui le norme giuridiche possano risultare efficaci. Senza quel momento demiurgico, le pratiche sociali ordinarie non potrebbero né auto-istituirsi né auto-fondarsi. Lo Schmitt del 1922 è quindi assai più vicino al teorico cui ha sempre guardato come caposcuola del decisionismo, Thomas Hobbes, che fa del politico la condizione d’esistenza della socialità.

Generato, non creato. Ordine e ordinamento ne I tre tipi di scienza giuridica

Mariano Croce
;
Andrea Salvatore
2022

Abstract

L’idea di un Carl Schmitt tutt’altro che soddisfatto del paradigma noto come «decisionismo eccezionalista» si è imposta negli ultimi anni come una linea interpretativa che libera il giurista di Plettenberg da un’eredità sostenibile solo in parte: quella dell’eccezione, della politica senza fondamento, del politico come principio ingiustificato e ingiustificabile. In questa chiave «revisionista», La dittatura (1921), ma soprattutto Teologia politica (1922), vanno intese come fasi di passaggio, certo rilevanti, ma che presentano problemi più intricati di quelli che si prefiggono di risolvere. Schmitt se ne avvede già alla fine degli anni Venti e tenta di riformulare le proprie tesi in modo da superare tutti i problemi che Teologia politica lasciava insoluti. Il presente saggio prende in esame uno di questi problemi in particolare, vale a dire la concezione riduttiva e deliberatamente riduzionista delle pratiche sociali dello Schmitt «eccezionalista». In Teologia politica, infatti, la normalità si inserisce in un processo di ontogenesi che fa della decisione l’atto primigenio e giusgenerativo, istitutore di quell’ordinamento giuridico che assicura, e al contempo presuppone, una «situazione media omogenea», entro cui le norme giuridiche possano risultare efficaci. Senza quel momento demiurgico, le pratiche sociali ordinarie non potrebbero né auto-istituirsi né auto-fondarsi. Lo Schmitt del 1922 è quindi assai più vicino al teorico cui ha sempre guardato come caposcuola del decisionismo, Thomas Hobbes, che fa del politico la condizione d’esistenza della socialità.
978-88-229-0612-0
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