Un mosaico di testimonianze, scritte in un particolare momento storico che ha visto il mondo intero impreparato di fronte al fenomeno della pandemia da coronavirus. Una sequenza di riflessioni interdisciplinari, un discorso aperto sulla città, che si articola per punti, su molti aspetti che appaiono ora, a più di un anno di distanza, in tutta la loro evidenza. Abbiamo scelto tre parole attorno alle quali gli autori hanno elaborato le loro riflessioni: esposizione, prossimità e aggregazione. Esposizione come improvvisa ed elevata “visibilità” di soggetti, cose e attività poste repentinamente all’attenzione di un numero notevole di osservatori a livello mondiale. Ci riferiamo innanzitutto alle mansioni delle persone che nelle prime fasi dell’emergenza sono risultate le più esposte al rischio e quindi anche all’attenzione dei media, ma anche a un certo numero di cose improvvisamente assurte ad un livello di esposizione mai così elevato (casa e cibo, ad esempio), e alla fondamentale attività di smart working, che ha sostituito quasi integralmente il lavoro tradizionale, nel bene e nel male. Quanto alla seconda parola, prossimità, essa si è caricata improvvisamente e imprevedibilmente di una valenza allarmante legata alla possibilità di contagiare o essere contagiati. Sono dunque piuttosto scontate le argomentazioni che derivano da questo fatto. Meno scontati appaiono però gli scenari futuri, su come si potranno prefigurare e organizzare nuovi modelli di prossimità. L’organizzazione dell’ambiente fisico giocherà un ruolo fondamentale, in questo senso. Infine, l’aggregazione, che era e rimane il nostro modello comportamentale irrinunciabile. Come architetti resta la nostra missione. Nel modo in cui pensiamo le persone nelle case, nel modo in cui le disponiamo attorno ad un tavolo, attorno ad un camino, nell’intimità di una stanza da letto, e nelle città che progettiamo, nel modo con il quale ci circondiamo dei nostri studenti nelle scuole, nelle università, negli studi professionali, nella vita e nel lavoro. Le piazze, le strade, i grandi cortili residenziali nati per radunare le persone (prima dell’urbanistica senza visioni degli ultimi cinquant’anni) sono i luoghi ideali dove stare insieme, ancora oggi identificati come spazi della convivialità. Questa terza parola, l’aggregazione, deve tornare ad essere la nostra meta, lo scopo più importante, la vera e unica via di fuga dallo scenario postpandemico che si apre ora davanti a noi, a più di un anno dall’inizio di questa esperienza, dentro la quale soprattutto i piccoli sono dovuti diventare improvvisamente grandi.

Roma come stai? Guida alla lettura / Carpenzano, Orazio; Catucci, Stefano; Toppetti, Fabrizio; Zammerini, Massimo; Balducci, Fabio; Di Cosmo, Federico. - (2021), pp. 14-49. - DIAP PRINT.

Roma come stai? Guida alla lettura

Orazio Carpenzano;Stefano Catucci;Fabrizio Toppetti;Massimo Zammerini;Fabio Balducci;Federico Di Cosmo
2021

Abstract

Un mosaico di testimonianze, scritte in un particolare momento storico che ha visto il mondo intero impreparato di fronte al fenomeno della pandemia da coronavirus. Una sequenza di riflessioni interdisciplinari, un discorso aperto sulla città, che si articola per punti, su molti aspetti che appaiono ora, a più di un anno di distanza, in tutta la loro evidenza. Abbiamo scelto tre parole attorno alle quali gli autori hanno elaborato le loro riflessioni: esposizione, prossimità e aggregazione. Esposizione come improvvisa ed elevata “visibilità” di soggetti, cose e attività poste repentinamente all’attenzione di un numero notevole di osservatori a livello mondiale. Ci riferiamo innanzitutto alle mansioni delle persone che nelle prime fasi dell’emergenza sono risultate le più esposte al rischio e quindi anche all’attenzione dei media, ma anche a un certo numero di cose improvvisamente assurte ad un livello di esposizione mai così elevato (casa e cibo, ad esempio), e alla fondamentale attività di smart working, che ha sostituito quasi integralmente il lavoro tradizionale, nel bene e nel male. Quanto alla seconda parola, prossimità, essa si è caricata improvvisamente e imprevedibilmente di una valenza allarmante legata alla possibilità di contagiare o essere contagiati. Sono dunque piuttosto scontate le argomentazioni che derivano da questo fatto. Meno scontati appaiono però gli scenari futuri, su come si potranno prefigurare e organizzare nuovi modelli di prossimità. L’organizzazione dell’ambiente fisico giocherà un ruolo fondamentale, in questo senso. Infine, l’aggregazione, che era e rimane il nostro modello comportamentale irrinunciabile. Come architetti resta la nostra missione. Nel modo in cui pensiamo le persone nelle case, nel modo in cui le disponiamo attorno ad un tavolo, attorno ad un camino, nell’intimità di una stanza da letto, e nelle città che progettiamo, nel modo con il quale ci circondiamo dei nostri studenti nelle scuole, nelle università, negli studi professionali, nella vita e nel lavoro. Le piazze, le strade, i grandi cortili residenziali nati per radunare le persone (prima dell’urbanistica senza visioni degli ultimi cinquant’anni) sono i luoghi ideali dove stare insieme, ancora oggi identificati come spazi della convivialità. Questa terza parola, l’aggregazione, deve tornare ad essere la nostra meta, lo scopo più importante, la vera e unica via di fuga dallo scenario postpandemico che si apre ora davanti a noi, a più di un anno dall’inizio di questa esperienza, dentro la quale soprattutto i piccoli sono dovuti diventare improvvisamente grandi.
9788822907127
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1575286
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