Partecipare al carnevale irpino significa fare un’immersione sensoriale in un contesto pervaso da canti che rispettano antiche tradizioni, coreografie e “intrecci” di corpi, colori vistosi e indumenti cuciti con cura, tramandati di generazione in generazione. Tra le molte peculiarità che caratterizzano il carnevale irpino il travestimento femminile è uno degli aspetti più diffusi che coinvolge tutte le età, dai preadolescenti agli anziani che tramandano una tradizione locale, riconfermando la propria performance, anno dopo anno. In particolare, la mia riflessione intende approfondire le narrazioni dei protagonisti del travestimento femminile nella Zeza di Bellizzi Irpino attraverso una indagine che si interroga su quegli aspetti non visibili che si celano dietro la rappresentazione “pubblica”. Lo scopo è entrare nello spazio privato, preparatorio alla messa in scena che anticipa la festa e che coinvolge la sfera familiare e affettiva, ed in quello esperienziale, ovvero nello spazio del corpo e dell’esperienza “femminile” che vive il singolo soggetto attraverso il travestimento. Lo spazio privato del travestimento, inteso come atto, momento della vestizione, è infatti, come quello pubblico, connotato da dimensioni simboliche significative per leggere e arricchire l’esperienza della festa. Dimensioni collettive in cui le donne di famiglia, madri, mogli, sorelle e fidanzate, sono presenti più che in tutti gli altri contesti pubblici, nei quali a rappresentare la Zeza sono soltanto gli uomini. Le donne amorevolmente e con complicità vestono i loro mariti, padri, fratelli e figli, cuciono o rammendano i vecchi vestiti che mantengono lo sfarzo sgargiante dell’Ottocento borghese, collezionano oggetti e monili, truccano e acconciano. Attorno ad ogni singolo oggetto che abita lo spazio privato, uno scialle, una parrucca, una collana, c’è una storia da ascoltare, fatta di memorie stratificate. Ma è anche l’esperienza “trasformativa” che subisce il corpo attraverso l’uso di “protesi” ed espedienti femminilizzanti e della conseguente personificazione che il soggetto mette in scena, l’aspetto sul quale intendo soffermarmi. Che cosa significa questa inversione di ruolo in termini di soggettività e di costruzione maschile? che genere di rapporti innesca con gli altri “attori” zezaiuoli? Che genere di trasformazione, se di trasformazione si può parlare, produce in chi la esperisce?

Esperienze di travestimento femminile a Bellizzi Irpino / Pantellaro, M. - (2020), pp. 310-339.

Esperienze di travestimento femminile a Bellizzi Irpino

Pantellaro M
2020

Abstract

Partecipare al carnevale irpino significa fare un’immersione sensoriale in un contesto pervaso da canti che rispettano antiche tradizioni, coreografie e “intrecci” di corpi, colori vistosi e indumenti cuciti con cura, tramandati di generazione in generazione. Tra le molte peculiarità che caratterizzano il carnevale irpino il travestimento femminile è uno degli aspetti più diffusi che coinvolge tutte le età, dai preadolescenti agli anziani che tramandano una tradizione locale, riconfermando la propria performance, anno dopo anno. In particolare, la mia riflessione intende approfondire le narrazioni dei protagonisti del travestimento femminile nella Zeza di Bellizzi Irpino attraverso una indagine che si interroga su quegli aspetti non visibili che si celano dietro la rappresentazione “pubblica”. Lo scopo è entrare nello spazio privato, preparatorio alla messa in scena che anticipa la festa e che coinvolge la sfera familiare e affettiva, ed in quello esperienziale, ovvero nello spazio del corpo e dell’esperienza “femminile” che vive il singolo soggetto attraverso il travestimento. Lo spazio privato del travestimento, inteso come atto, momento della vestizione, è infatti, come quello pubblico, connotato da dimensioni simboliche significative per leggere e arricchire l’esperienza della festa. Dimensioni collettive in cui le donne di famiglia, madri, mogli, sorelle e fidanzate, sono presenti più che in tutti gli altri contesti pubblici, nei quali a rappresentare la Zeza sono soltanto gli uomini. Le donne amorevolmente e con complicità vestono i loro mariti, padri, fratelli e figli, cuciono o rammendano i vecchi vestiti che mantengono lo sfarzo sgargiante dell’Ottocento borghese, collezionano oggetti e monili, truccano e acconciano. Attorno ad ogni singolo oggetto che abita lo spazio privato, uno scialle, una parrucca, una collana, c’è una storia da ascoltare, fatta di memorie stratificate. Ma è anche l’esperienza “trasformativa” che subisce il corpo attraverso l’uso di “protesi” ed espedienti femminilizzanti e della conseguente personificazione che il soggetto mette in scena, l’aspetto sul quale intendo soffermarmi. Che cosa significa questa inversione di ruolo in termini di soggettività e di costruzione maschile? che genere di rapporti innesca con gli altri “attori” zezaiuoli? Che genere di trasformazione, se di trasformazione si può parlare, produce in chi la esperisce?
2020
Patrimonio culturale e festività dei carnevali. Gli itinerari urbani dei rituali storici in Campania
978-88-95315-68-3
Carnvale; Irpinia; travestimento femminile; Zeza di Bellizzi; Campania
02 Pubblicazione su volume::02a Capitolo o Articolo
Esperienze di travestimento femminile a Bellizzi Irpino / Pantellaro, M. - (2020), pp. 310-339.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1545646
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