Da sempre il giardino intrattiene legami profondi con le culture e le società che nel tempo lo producono. Nell’evoluzione di questa relazione, pur nella discontinuità delle forme, dei caratteri e persino delle assenze, la costruzione del giardino ha sempre significato la realizzazione di un mondo chiuso anche se duttile e versatile attraverso il quale si materializza il vecchio sogno del microcosmo. Nello spazio del giardino, per questo distinto e separato dal circostante, si struttura l’immagine del cosmo. Anche oggi, in un tempo i cui caratteri appaiono lontani anni luce da epoche e culture che hanno alimentato l’”invenzione” del giardino, i termini – pur se impoveriti e talvolta persino devitalizzati - della relazione tra la “messa in scena” ed il contenuto della rappresentazione stanno lì davanti ai nostri occhi; occorre saper vedere e riconoscerli: il giardino è una dimensione che sperimenta le rappresentazioni sociali di ogni epoca nella dialettica tra sogno e realtà, tra la concreta materialità del qui e la memoria di un altrove. Per questo nella sua evoluzione – almeno nella tradizione occidentale – permane il tema del limite, del recinto, perché il recinto protegge un dentro prezioso, bello ed utile. Ma la protezione non va intesa esclusivamente in termini di sicurezza, proiettando sul mondo naturale le ansie della nostra contemporaneità. Il recinto visto dall’esterno è schermo, proiezione, immagine anticipatrice o evocativa dell’interno, sempre celato, nascosto o semplicemente separato dal mondo esterno. Oggi questo dispositivo si manifesta con molte ambiguità; è ormai spezzato il legame che rimanda le piccole cose alle grandi cose del mondo. Il termine recinto, inteso non solo come elemento fisico rimanda all’atto del delimitare, designa ovvero un luogo, una porzione di mondo che appunto viene delimitata e dunque identificata come un “dominio spaziale”. Così il luogo mostra di sé un’immagine ambivalente, sfugge alla fissità di uno spazio misurato e misurabile, geometricamente dato, finito, per assumere il carattere di un ambito dotato di una certa aleatorietà, identificato più che dalle dimensioni fisiche dalle relazioni che vi si svolgono. Cambiano i rapporti tra interno ed esterno ed il recinto in quanto elemento si dota di una sua propria internità, uno spessore materiale e psicologico destinato ad orientare i rapporti spaziali tra il vuoto interno ed esterno. Per poter essere un dispositivo di comunicazione il recinto conquista un proprio spessore, sia reale che semantico per raccontare altri mondi ma anche suggerire un diverso sguardo sulla realtà. Lo prova l’opera di autori come Barragan, Scarpa, Lassus, ma anche i linguaggi artistici ci invitano ad indagare il tema del limite e della superficie che lo investe in un’ottica diversa. La esplorazione intorno al limite che si fa soglia, spazio tra, lungi dall’essere un vincolo esprime una potenzialità per il progetto che va colta e sviluppata.

Lavorare con le superfici. Nello spessore

Gianni Celestini
2017

Abstract

Da sempre il giardino intrattiene legami profondi con le culture e le società che nel tempo lo producono. Nell’evoluzione di questa relazione, pur nella discontinuità delle forme, dei caratteri e persino delle assenze, la costruzione del giardino ha sempre significato la realizzazione di un mondo chiuso anche se duttile e versatile attraverso il quale si materializza il vecchio sogno del microcosmo. Nello spazio del giardino, per questo distinto e separato dal circostante, si struttura l’immagine del cosmo. Anche oggi, in un tempo i cui caratteri appaiono lontani anni luce da epoche e culture che hanno alimentato l’”invenzione” del giardino, i termini – pur se impoveriti e talvolta persino devitalizzati - della relazione tra la “messa in scena” ed il contenuto della rappresentazione stanno lì davanti ai nostri occhi; occorre saper vedere e riconoscerli: il giardino è una dimensione che sperimenta le rappresentazioni sociali di ogni epoca nella dialettica tra sogno e realtà, tra la concreta materialità del qui e la memoria di un altrove. Per questo nella sua evoluzione – almeno nella tradizione occidentale – permane il tema del limite, del recinto, perché il recinto protegge un dentro prezioso, bello ed utile. Ma la protezione non va intesa esclusivamente in termini di sicurezza, proiettando sul mondo naturale le ansie della nostra contemporaneità. Il recinto visto dall’esterno è schermo, proiezione, immagine anticipatrice o evocativa dell’interno, sempre celato, nascosto o semplicemente separato dal mondo esterno. Oggi questo dispositivo si manifesta con molte ambiguità; è ormai spezzato il legame che rimanda le piccole cose alle grandi cose del mondo. Il termine recinto, inteso non solo come elemento fisico rimanda all’atto del delimitare, designa ovvero un luogo, una porzione di mondo che appunto viene delimitata e dunque identificata come un “dominio spaziale”. Così il luogo mostra di sé un’immagine ambivalente, sfugge alla fissità di uno spazio misurato e misurabile, geometricamente dato, finito, per assumere il carattere di un ambito dotato di una certa aleatorietà, identificato più che dalle dimensioni fisiche dalle relazioni che vi si svolgono. Cambiano i rapporti tra interno ed esterno ed il recinto in quanto elemento si dota di una sua propria internità, uno spessore materiale e psicologico destinato ad orientare i rapporti spaziali tra il vuoto interno ed esterno. Per poter essere un dispositivo di comunicazione il recinto conquista un proprio spessore, sia reale che semantico per raccontare altri mondi ma anche suggerire un diverso sguardo sulla realtà. Lo prova l’opera di autori come Barragan, Scarpa, Lassus, ma anche i linguaggi artistici ci invitano ad indagare il tema del limite e della superficie che lo investe in un’ottica diversa. La esplorazione intorno al limite che si fa soglia, spazio tra, lungi dall’essere un vincolo esprime una potenzialità per il progetto che va colta e sviluppata.
978-88-941548-3-2
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1097265
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