Quando la valutazione si trasforma nel dogma evangelico dei modernizzatori e dei meritocrati, quando arriva a incarnare una visione del mondo da magnifiche sorti e progressive e a caricarsi di un sistema di valori e di aspettative presentato come salvifico e palingenetico, quando per suo tramite si cerca di fare in modo che la ricerca dell’efficienza arrivi a plasmare addirittura la soggettività degli individui (emblematica a riguardo la nota affermazione di Margaret Thatcher: «Economics are the method, the object is to change the soul»), quando insomma la valutazione degenera in una vera e propria escatologia, allora non ci può essere reazione più istintiva e comprensibile di una dissacrante scatologia. Ma se questo è vero, se cioè le pratiche di valutazione applicate a servizi pubblici strategici come la formazione e la sanità sono diventate ormai parte del problema (la scarsa qualità, vera o presunta che sia, di tali servizi) di cui si immaginava che fossero la panacea, allora cui prodest? Perché si continua disinvoltamente ad esercitarle, anzi man mano che se ne manifestano le criticità e gli effetti perversi si cerca sempre più di consolidarne l’uso, affinarne i metodi, estenderne la portata e accrescere ulteriormente la funzione decisionale che hanno finito per acquisire all’interno delle organizzazioni? Che cosa c’è dietro l’idea che, come si continua a ripetere in modo irriflesso, una cattiva valutazione (cioè qualcosa di arbitrario, costoso, fallace e fuorviante) sarebbe comunque meglio di nessuna valutazione? A questa domanda che ormai sempre più persone si fanno e che come cittadini, oltre che come studiosi, non ci possiamo più permettere il lusso (o la distrazione) di lasciare inevasa, cerca di fornire una plausibile risposta con questo libro la psicanalista Bénédicte Vidaillet, studiosa di problemi della soggettività sul lavoro. Lo fa attraverso una mossa inaspettata che capovolge la prospettiva con cui generalmente si affronta la questione: non sono gli altri che ci impongono la valutazione ma siamo noi che in fondo desideriamo sottoporci ad essa. In questo senso si potrebbe dire (parafrasando la nota battuta di Giorgio Gaber su Berlusconi) che, più che la valutazione in sé, ciò che dovremmo temere e tenere d’occhio è piuttosto il bisogno di valutazione che è in noi. Per quanto consapevoli degli effetti negativi che essa produce sulla qualità del lavoro e sul benessere dei lavoratori (effetti largamente documentati in questo libro), non riusciamo tuttavia a resistere «alle sirene della valutazione», perché la narrazione che proviene dal loro canto tocca corde assai sensibili e profonde in noi. Ci promette niente di meno che un mondo rischiarato dall’opacità e senza margini di incertezza. Ci assicura un punto di vista che, pur radicato nella contingenza del mondo e nelle sabbie mobili ma ineludibili dell’interpretazione, si presenta in un certo momento (e solo per quel momento) come il punto di vista assoluto e ufficiale sul mondo, definitivo almeno fino al prossimo esercizio di valutazione. Proclama che non ci sono interpretazioni ma solo fatti oggettivamente accertabili e sintetizzabili in misure quantitative. Si impegna a liberarci da quello che considera il “maleficio” del dubbio, e a depurare il mondo da ogni privilegio e pregiudizio. Pretende di rivelare il reale nella sua verità integrale e di consegnarlo nudo e crudo dinanzi a uno sguardo oggettivo e chirurgico, ma dimentica che ogni ri-velazione non fa che mettere fatalmente un altro velo (“ri-vela”, appunto) a ciò che vorrebbe rischiarare. Ci seduce facendo leva sul nostro intrinseco desiderio di riconoscimento o sulle nostre insicurezze e frustrazioni, come pure sul senso di ingiustizia di cui a ognuno con ogni probabilità sarà capitato almeno una volta prima o poi di credere, a torto o a ragione, di essere vittima durante la sua esperienza lavorativa. La buona novella che ci annuncia è che non bisogna più aspettare la fine dei tempi perché sia fatta giustizia, la valutazione s’impegna ad assicurarne la realizzazione qui ed ora, a portata di mano come non era mai stata, condensata in un indicatore numerico certo e indiscutibile come solo la matematica sa garantire.

Valutatemi! Il fascino discreto della meritocrazia / Gavrila, Mihaela. - STAMPA. - 1(2018), pp. 1-232.

Valutatemi! Il fascino discreto della meritocrazia

GAVRILA
2018

Abstract

Quando la valutazione si trasforma nel dogma evangelico dei modernizzatori e dei meritocrati, quando arriva a incarnare una visione del mondo da magnifiche sorti e progressive e a caricarsi di un sistema di valori e di aspettative presentato come salvifico e palingenetico, quando per suo tramite si cerca di fare in modo che la ricerca dell’efficienza arrivi a plasmare addirittura la soggettività degli individui (emblematica a riguardo la nota affermazione di Margaret Thatcher: «Economics are the method, the object is to change the soul»), quando insomma la valutazione degenera in una vera e propria escatologia, allora non ci può essere reazione più istintiva e comprensibile di una dissacrante scatologia. Ma se questo è vero, se cioè le pratiche di valutazione applicate a servizi pubblici strategici come la formazione e la sanità sono diventate ormai parte del problema (la scarsa qualità, vera o presunta che sia, di tali servizi) di cui si immaginava che fossero la panacea, allora cui prodest? Perché si continua disinvoltamente ad esercitarle, anzi man mano che se ne manifestano le criticità e gli effetti perversi si cerca sempre più di consolidarne l’uso, affinarne i metodi, estenderne la portata e accrescere ulteriormente la funzione decisionale che hanno finito per acquisire all’interno delle organizzazioni? Che cosa c’è dietro l’idea che, come si continua a ripetere in modo irriflesso, una cattiva valutazione (cioè qualcosa di arbitrario, costoso, fallace e fuorviante) sarebbe comunque meglio di nessuna valutazione? A questa domanda che ormai sempre più persone si fanno e che come cittadini, oltre che come studiosi, non ci possiamo più permettere il lusso (o la distrazione) di lasciare inevasa, cerca di fornire una plausibile risposta con questo libro la psicanalista Bénédicte Vidaillet, studiosa di problemi della soggettività sul lavoro. Lo fa attraverso una mossa inaspettata che capovolge la prospettiva con cui generalmente si affronta la questione: non sono gli altri che ci impongono la valutazione ma siamo noi che in fondo desideriamo sottoporci ad essa. In questo senso si potrebbe dire (parafrasando la nota battuta di Giorgio Gaber su Berlusconi) che, più che la valutazione in sé, ciò che dovremmo temere e tenere d’occhio è piuttosto il bisogno di valutazione che è in noi. Per quanto consapevoli degli effetti negativi che essa produce sulla qualità del lavoro e sul benessere dei lavoratori (effetti largamente documentati in questo libro), non riusciamo tuttavia a resistere «alle sirene della valutazione», perché la narrazione che proviene dal loro canto tocca corde assai sensibili e profonde in noi. Ci promette niente di meno che un mondo rischiarato dall’opacità e senza margini di incertezza. Ci assicura un punto di vista che, pur radicato nella contingenza del mondo e nelle sabbie mobili ma ineludibili dell’interpretazione, si presenta in un certo momento (e solo per quel momento) come il punto di vista assoluto e ufficiale sul mondo, definitivo almeno fino al prossimo esercizio di valutazione. Proclama che non ci sono interpretazioni ma solo fatti oggettivamente accertabili e sintetizzabili in misure quantitative. Si impegna a liberarci da quello che considera il “maleficio” del dubbio, e a depurare il mondo da ogni privilegio e pregiudizio. Pretende di rivelare il reale nella sua verità integrale e di consegnarlo nudo e crudo dinanzi a uno sguardo oggettivo e chirurgico, ma dimentica che ogni ri-velazione non fa che mettere fatalmente un altro velo (“ri-vela”, appunto) a ciò che vorrebbe rischiarare. Ci seduce facendo leva sul nostro intrinseco desiderio di riconoscimento o sulle nostre insicurezze e frustrazioni, come pure sul senso di ingiustizia di cui a ognuno con ogni probabilità sarà capitato almeno una volta prima o poi di credere, a torto o a ragione, di essere vittima durante la sua esperienza lavorativa. La buona novella che ci annuncia è che non bisogna più aspettare la fine dei tempi perché sia fatta giustizia, la valutazione s’impegna ad assicurarne la realizzazione qui ed ora, a portata di mano come non era mai stata, condensata in un indicatore numerico certo e indiscutibile come solo la matematica sa garantire.
978-88-97339-80-9
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11573/1097205
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