Tra i bambini di età inferiore ai 5 anni negli Stati Uniti che sono stati assassinati nel corso dell'ultimo quarto del 20° secolo, il 61% è stato ucciso dai loro stessi genitori: il 30% dalle loro madri, e il 31% dai loro padri . La violenza di una madre nei confronti del proprio figlio crea sgomento in quanto rappresenta quanto di più innaturale, nell’immaginario collettivo, può verificarsi. La maternità “da sempre” è rappresentata come l’esperienza sacra per eccellenza, il momento della gioia, dove l’insinuarsi di qualsiasi ombra crea profondo disagio: come può infatti una donna provare sentimenti ostili o quanto meno ambivalenti nei confronti di una sua creatura, indifesa, bisognosa? Quando una donna non si sente a suo agio nei confronti del proprio figlio subito dopo la nascita, una frase che si sente ripetere spesso è “ti verrà naturale”. Fare figli è un atto naturale ma proprio per questo impone alla donna di entrare in contatto con la parte più naturale, autentica, anche quella che normalmente viene negata a sé stessi in quanto non in sintonia con l’immagine che ciascuno vuole che sia visibile di sé all’esterno. Nell’entrare in contatto con aspetti che, in termini tecnici, potremmo definire scissi o comunque negati, rimossi, si può avere un profondo turbamento che porta una madre a vedere il figlio non per ciò che è, vale a dire un essere altro da sé, ma come un aspetto sé non integrato e pertanto da eliminare, ad ogni costo, senza pietà. Diventare madre, se da una parte, infatti, consente alla donna la possibilità di sperimentare la sua potenzialità creatrice, onnipotente in gravidanza quando la vita del proprio figlio è legata indissolubilmente a sé stessa, dall’altra la obbliga a confrontarsi con la dipendenza sperimentata dall’essere stata figlia della propria madre e con il tipo di esperienza vissuta. Se l’esperienza è stata traumatica, il figlio diviene la presentificazione di quanto più devastante è stato nella sua esperienza di vita e il dolore può diventare così insostenibile da non essere più tollerabile. In quest’ottica l’infanticidio diviene la soppressione irrazionale ma concreta di un dolore che altrimenti sarebbe destinato a rimanere in vita, e che nel momento in cui viene agito rappresenta per la donna la fine della sua stessa vita.

Il fantasma della violenza nella depressione perinatale / Giacchetti, Nicoletta; Aceti, Franca; Petrini, Piero; Veneruso, Daniela. - STAMPA. - 1(2017), pp. 127-135.

Il fantasma della violenza nella depressione perinatale

Giacchetti Nicoletta;Aceti Franca;
2017

Abstract

Tra i bambini di età inferiore ai 5 anni negli Stati Uniti che sono stati assassinati nel corso dell'ultimo quarto del 20° secolo, il 61% è stato ucciso dai loro stessi genitori: il 30% dalle loro madri, e il 31% dai loro padri . La violenza di una madre nei confronti del proprio figlio crea sgomento in quanto rappresenta quanto di più innaturale, nell’immaginario collettivo, può verificarsi. La maternità “da sempre” è rappresentata come l’esperienza sacra per eccellenza, il momento della gioia, dove l’insinuarsi di qualsiasi ombra crea profondo disagio: come può infatti una donna provare sentimenti ostili o quanto meno ambivalenti nei confronti di una sua creatura, indifesa, bisognosa? Quando una donna non si sente a suo agio nei confronti del proprio figlio subito dopo la nascita, una frase che si sente ripetere spesso è “ti verrà naturale”. Fare figli è un atto naturale ma proprio per questo impone alla donna di entrare in contatto con la parte più naturale, autentica, anche quella che normalmente viene negata a sé stessi in quanto non in sintonia con l’immagine che ciascuno vuole che sia visibile di sé all’esterno. Nell’entrare in contatto con aspetti che, in termini tecnici, potremmo definire scissi o comunque negati, rimossi, si può avere un profondo turbamento che porta una madre a vedere il figlio non per ciò che è, vale a dire un essere altro da sé, ma come un aspetto sé non integrato e pertanto da eliminare, ad ogni costo, senza pietà. Diventare madre, se da una parte, infatti, consente alla donna la possibilità di sperimentare la sua potenzialità creatrice, onnipotente in gravidanza quando la vita del proprio figlio è legata indissolubilmente a sé stessa, dall’altra la obbliga a confrontarsi con la dipendenza sperimentata dall’essere stata figlia della propria madre e con il tipo di esperienza vissuta. Se l’esperienza è stata traumatica, il figlio diviene la presentificazione di quanto più devastante è stato nella sua esperienza di vita e il dolore può diventare così insostenibile da non essere più tollerabile. In quest’ottica l’infanticidio diviene la soppressione irrazionale ma concreta di un dolore che altrimenti sarebbe destinato a rimanere in vita, e che nel momento in cui viene agito rappresenta per la donna la fine della sua stessa vita.
9788891758224
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11573/1019064
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